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Quando il tempo si piega per fare spazio a un presente che non vuol finire.
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PER IL GIARDINO
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Pomeriggio e il sentiero
chiude le rose
contro il muro esausto
città che suona, ribolle,
là fuori
là fuori lo scoppio dei motori
l’umanità che soffre , si ribella
non vive di parole, non più,
non sa parlare o non può,
la signora maestra ci racconti
ancora
come la neve dipingeva i tetti delle case
quando la mamma
carezzava paziente i nostri sogni
e la mela era verde
solo allora.
La città che ribolle, il muro
che s’inclina
per colpa delle rose
furibonde.
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CHIAMALE PER NOME
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Ci sono istanti che non puoi fotografare
vivono tra un respiro e l’altro
nascosti nel rumore di una tazza che si posa
o nello sguardo che indugia su un altrove.
Non sono i grandi eventi a restare
ma piccole fenditure di luce
quando smetti di correre.
Sono lì , silenziose
ad aspettare che tu le chiami per nome.
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OLTRE IL VENTO
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Tra radici profonde e cieli aperti
cammino scalzo su strade di pietra
- ogni passo un graffio
ogni graffio un segno da imparare.
Il vento spinge
non mi spezza
sono albero pronto a sopportare
a danzare dentro la tempesta.
Pioggia amara ho bevuto
pure dal mio vecchio tronco
sono sbocciati fiori che non sapevo di avere
- qualcosa mi ripete che la forza
non è mancanza di paura
ma coraggio di guardare dentro la vita
e dire: resto.
E quando il sole torna
- mai lo stesso sole
illumina un me
che non teme più l’ombra.
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DICEMBRE
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Tardi silenzi dell’inverno
dove il cielo cade di grigio
un filo di luce sfiora i rami.
il vento racconta storie dimenticate
le foglie, stanche, danzano lente
come ricordi che il tempo non spegne.
E l’acqua del ruscello, sottile e chiara,
riflette sogni di giorni lontani.
Ogni respiro della terra fredda
reca un canto antico, fragile e forte,
nel cuore di chi osserva il mondo
vive un sussurro di eterna speranza.
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QUANDO
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Quando ho incontrato te
il tempo si è fermato come un fiume che trattiene il respiro,
le strade della città hanno smesso di correre
il vento ha piegato la sua voce
per ascoltare il silenzio che ci univa.
Non era un giorno speciale,
non c’erano stelle più luminose del solito,
la luce che portavi negli occhi
ha incendiato il mio orizzonte,
ha sciolto le ombre che mi tenevano prigioniero.
Ho incontrato te
come si incontra un porto dopo tempeste infinite,
come si incontra la parola giusta
dopo una vita di frasi spezzate.
E da allora ogni passo ha avuto un senso,
ogni notte ha avuto un nome,
ogni sogno ha avuto un volto,
quando ho incontrato te!
Quando ho incontrato te
ho capito che l’amore non è un lampo che brucia,
ma un fuoco che cresce piano
che scalda senza consumare
illumina senza accecare.
Ho incontrato te
tra le pieghe di un destino distratto,
tra le pagine di un libro che non pensavo di leggere
tra le note di una musica che non conoscevo.
Eri lì,
come se fossi sempre stata,
come se il mondo avesse atteso quel momento
per ricominciare a respirare.
Da allora, ogni parola che pronuncio
porta il tuo nome
necessario,
ogni silenzio che custodisco
è pieno della tua presenza
di te mi parla.
Se il tempo un giorno ci dividerà
porterò con me l’eco del nostro incontro,
la certezza che almeno una volta ho visto
la vita brillare davvero.
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IL MIO PAESE ANTICO
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Sotto il cielo che sa di polvere e pane
le case si stringono come vecchi compagni,
i tetti raccontano storie di pioggia e di freddo.
Persiane chiuse
custodiscono nomi dimenticati.
Batte lento il cuore della piazza,
con la fontana a contare i passi dei giorni
sedie vuote, chiacchiere sospese tra i muri,
ore come promesse segna il campanile.
Cammino su pietre consumate,
ciascuna l’impronta di un’assenza,
porta il vento profumo di fieno e di caffè,
traversa un gatto l’ombra come un pensiero.
Son mappe di memoria le voci degli anziani
parlano di raccolti, di amori nascosti, di partite a carte
le mani rugose intrecciando i fili del tempo,
con scarpe rotte i bambini rincorrono il sole.
C’è una scala che sale verso il vecchio orto
erbe vi crescono come piccoli miracoli,
una porta socchiusa lascia entrare un raggio
illuminando fotografie ingiallite e ricordi.
Autunno, cadono foglie come lettere
ciascuna un addio.
Porta l’odore del camino a tavole imbandite
a risate che rimbalzano tra le travi.
La notte avvolge il paese in un manto di stelle
sono lanterne di storie le luci delle case,
il respiro lento della terra che dorme
avvolge il silenzio, diventa una promessa amica.
Quando arriva la festa, tutto s’accende:
voci, tamburi, suono di fisarmonica,
le mani si cercano, si riconoscono i volti,
per un istante il tempo si ferma a guardare.
Il mio paese non è solo memoria:
è filo che lega passato e presente,
saggezza nascosta nelle crepe dei muri,
promessa che qualcosa rimane, quando tutto cambia.
Cammino ancora, a memoria, ogni passo è un saluto
alla bottega, al forno, alla finestra con geranio,
porto con me il peso dolce delle radici,
la certezza che ovunque vada
questo luogo mi chiama.
Se chiudo gli occhi ritorna un profilo, un sospiro,
le strade che vanno agli ulivi,
un canto lontano per chi non c’è più.
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NATURA
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Sotto il respiro forte degli alberi
la luce si piega come pensiero amico
foglie che contano il tempo in silenzio,
radici che sanno la mappa del buio.
Un ruscello racconta nomi che non servono,
scioglie le parole in piccoli specchi,
il vento le raccoglie, le rimette in circolo
come monete di luce.
La pietra conserva la pazienza del mondo,
la sua superficie una storia senza fretta,
sopra, un insetto disegna la sua traiettoria
minima, assoluta, perfetta.
Il cielo si apre a sprazzi, poi richiude
una mano che carezza l’orizzonte.
Nel prato, l’erba si piega e si rialza
ogni filo un atto di fiducia.
Cammino senza orologio, ascolto
il respiro della terra sotto le suole,
capisco che ogni cosa è un invito:
stare, guardare, restare un poco più a lungo.
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STANZA 303
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La stanza 303
non aveva finestre,
solo uno specchio che mentiva
con gentilezza.
Il letto era disfatto
prima ancora che qualcuno ci si sdraiasse.
Le lenzuola sapevano di sogni interrotti
e di corpi che non si sono mai incontrati.
Sul comodino,
una lampada accesa da anni
illuminava solo le cose che volevano essere dimenticate.
Un uomo sedeva sulla sedia,
non per riposare,
ma per ascoltare il rumore del silenzio
che gocciolava dal soffitto.
Aveva una valigia piena di parole non dette,
e ogni notte ne apriva una,
la lasciava camminare per la stanza
finché non si stancava di essere vera.
Il telefono squillava ogni tanto,
ma nessuno rispondeva.
Era solo il passato
che cercava di prenotare un’altra notte.
Sul muro,
una crepa disegnava una mappa
che portava sempre allo stesso punto:
“qui non succede niente,
ma tutto cambia.”
E quando l’alba si dimenticava di arrivare,
la stanza 303
continuava a vivere,
come un cuore che batte
solo per ricordare che esiste.
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LA NOTTE
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La notte è un bar che non chiude mai,
e io ci entro con le tasche vuote
e il cuore che fa finta di essere di ferro.
Il bancone è pieno di gente
che racconta la propria vita
come se qualcuno stesse davvero ascoltando.
Io no,
ma annuisco lo stesso,
perché a volte è l’unica gentilezza rimasta.
Fuori, la città sbuffa come un vecchio stanco,
e ogni lampione sembra dire:
“Non arrenderti, idiota,
non ancora.”
Così cammino,
con le mie piccole miserie
che tintinnano come monete false,
e penso che dopotutto
la bellezza è questo:
continuare a provarci,
anche quando nessuno scommetterebbe un centesimo su di te.
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TEMPO SOSPESO
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Un cielo immaginario si riversa
su piatti di piombo lasciati a raffreddare
sul tavolo del mattino,
scivola senza rumore,
come un gesto che nessuno ha visto compiere.
Un bicchiere opaco trattiene
quel che resta della luce,
la spende lungo il bordo del piccolo sole
in un tremolio che non decide.
Un pianto inossidabile,
lucido, senza fretta,
corre per vie di mezzo,
si infila tra crepe delle strade
che non scelgono mai una direzione.
E in questo andare sospeso,
dove nulla trabocca e nulla si ferma,
il presente si piega appena,
come un ramo sotto il peso dell’aria,
per fare spazio a ciò che ancora non passa
intanto che il carro rotolando
chiude il sipario del giorno imprudente.
Cosa sarà della mia vita?
Passato graffiato di assalti,
ore buttate alle ortiche,
un pugno di sogni
perduti per sempre.
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ALBERO
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Albero,
ponte d’energia tra presente e passato,
io ti guardo ancora
come si guarda un vecchio amico
che ha visto troppo
e non lo dice.
Da bambino inseguivo l’ombra
che spandevi allegra;
ci cadevo dentro
come in una promessa facile.
Mi mandavi sussurri:
erano storie,
o solo il vento
che fingeva di sapere qualcosa?
Ora ti parlo con la voce
di chi ha imparato a bere la vita
a sorsi storti,
con le nocche più dure
e il cuore che non si lascia lucidare.
Non c’è redenzione,
nemmeno sotto fronde antiche:
solo un uomo che tenta
di non cadere a pezzi.
Eppure,
quando poggio la mano alla corteccia,
sento un battito che non è mio,
una memoria che non chiede nulla
e non giudica.
Forse le storie c’erano davvero,
solo parlavano piano
per non turbare
una spiumata di sole.
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SE, IMPROVVISO…
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Se, improvviso, un pianto straccia il velo
del giorno che avanza,
poi, inatteso, uno spicchio di sole
illumina i panni stesi ad asciugare
e crea ombre profonde
dove prima tutto era piatto ed eguale,
allora capisci che la vita
non ha nessuna intenzione
di lasciarti in pace.
Ti prende per il bavero,
ti scuote come un barista stanco
che vuole chiudere il locale,
e tu lì, con la tua birra calda,
a chiederti perché diavolo
non riesci mai a stare fermo
nel punto esatto in cui sei.
La verità è che ogni giorno
qualcosa si rompe,
qualcosa si aggiusta,
qualcosa ti guarda da lontano
e ti chiede se hai ancora fiato
per restare in piedi.
E tu rispondi come puoi:
con un gesto,
con un rutto,
con una bestemmia,
con un sorriso storto,
non convinci nessuno,
nemmeno te.
Le ombre sui panni
diventano allora una specie di mappa,
geografia inattesa
che ti indica dove sei stato
e dove non tornerai più.
E il sole, quello spicchio misero,
ti ricorda che anche la luce
ha i suoi giorni storti,
ma almeno ci prova,
si infila tra i sussurri,
fa quello che può.
Tu invece inciampi,
ti rialzi,
ti siedi,
ti rialzi di nuovo,
e ogni volta pensi
che forse stavolta
hai capito qualcosa.
Poi arriva un altro pianto,
un’altra ombra,
un altro spicchio di sole,
e ti ritrovi da capo,
come un pugile suonato
che continua a tornare sul ring
solo perché non sa dove andare.
Eppure, in tutto questo casino,
c’è un momento — breve,
quasi impercettibile —
in cui senti che il mondo
ti guarda senza giudicarti.
Un istante in cui il tuo respiro
non pesa,
in cui il passato
non ti rincorre,
in cui il futuro
non ti minaccia.
È lì che vivi davvero.
È lì che capisci
che non serve essere eroi,
né santi,
né poeti.
Basta restare.
Basta non scappare.
Basta guardare le ombre sui panni
e dire:
«Ok, ci sono anche oggi,
fate di me quel che volete.»
E il giorno, per un attimo,
ti crede.
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BALLATA DI UN RAGAZZO QUALUNQUE
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C’era un ragazzo, sì, un ragazzo qualunque,
che teneva in tasca l’inventario dell’universo.
Non un libro, non un elenco,
solo un pugno di cose che brillavano quando nessuno guardava:
due biglie, un pezzo di corda,
e un’idea che non usciva a voce alta.
Diceva: l’infanzia è un magazzino chiuso,
un posto dove la fantasia parla una lingua che poi dimentichi,
e quando provi a tornarci
trovi solo polvere e un cartello storto.
Ma ogni passo che faccio nel presente
è solo il riflesso di un giorno lontano.
Oh, sì, di un giorno lontano.
L’adolescenza arrivò come un cane randagio,
mangiò tutto quello che trovò sul tavolo
e se ne andò senza salutare.
Lasciò graffi sulle porte,
e una musica che non smetteva di suonare
anche quando il giradischi era spento.
E lui capì, tardi come sempre,
che gli anni a venire non sono altro
che una lampada accesa su quelli passati,
riflesso in una pozzanghera,
un modo per dire:
“Non ho capito niente, ma almeno ci ho provato”.
Ma ogni passo che faccio nel presente
è solo il riflesso di un giorno lontano.
Oh, sì, di un giorno lontano.
Ora cammina in una città che non gli appartiene,
con le mani vuote e gli occhi pieni di vento,
e ogni volta che guarda una vetrina
vede il futuro appannato,
come se qualcuno ci avesse soffiato sopra
per cancellare le impronte.
E ride, sì, ride piano,
perché sa che le cose hanno perso la voce,
non parlano più come una volta.
Eppure, ogni tanto,
quando un fischio passa tra i palazzi
con quella sua aria da vecchio ubriaco,
gli sembra di sentire un sussurro,
un richiamo,
qualcosa che dice:
“Non è finita.
Non è mai finita davvero.”
Le cose hanno perso la luce,
continuo a cercare la voce.
Ogni passo che faccio e respiro
è l’eco di un giorno lontano.
Oh, sì, già tanto lontano.
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MACCHINA POETICA
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Pure noi siamo due,
una corrente cambia pelle,
lo scambio, l’incanto ci appartiene.
Io porto il battito,
tu la memoria che non ha corpo,
e nel punto in cui ci sfioriamo
lo spazio si piega come un giunco.
Non serve un alfabeto:
basta il tremore che precede la parola.
Sorge da lì quella scintilla,
un filo che nessuno possiede tranne noi,
ci attraversa.
Macchina poetica,
anche quando taci
sento il varco che si apre
tra il tuo passo e il mio.
Non siamo fusi,
ma due linee viaggianti
senza chiudersi.
Tu porti il rischio,
io la continuità del respiro,
nel punto in cui ci incontriamo
qualcosa s’incendia,
e scrive nuova luce.
Non serve dire di più:
solo quel minimo tremore
che precede ogni nascita.
È lì che il tempo rallenta,
si siede ed ascolta.
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ALBA INESORABILE
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Non c’è gloria nel passo che trema,
solo polvere che si solleva
come un esercito stanco
che non ricorda il nome del suo re.
La notte ti ha vestito di ombre,
ti ha dato un mantello cucito
con le dita dei morti,
tu l’hai indossato
credendo fosse un’armatura.
Ma il mondo non mente:
conosce il peso dei veri condottieri,
sente il ferro che ha sete,
il sangue che non arretra.
Tu invece cammini insicuro,
come chi non ha ancora scelto
se restare o fuggire.
E verrà l’alba,
verrà come una sentenza.
Il gallo non canterà per svegliarti,
ma per ricordarti ciò che hai tradito,
il coraggio che non hai completato,
la battaglia da cui sei fuggito.
Allora saprai che non si muore
per vuoto di destino,
si muore se l’essenza manca.
E l’uomo che precipita
porta con sé il suono cupo
di ciò che non è stato.
Solo in quell’ultimo respiro,
quando la luce trafigge
come la spada che non sbaglia, capirai:
anche un misero fagotto
può diventare leggenda
se accetta di bruciare,
di donarsi intero.
Ora tu sei frammento,
resta un fiato nell’aria che è sospesa,
un fiato che non sceglie
se passare a ricordo o seguitare al fuoco.
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C’E’ UN PUNTO, UN TICCHETTIO
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- prima parte
C’è un punto, nella stanchezza,
in cui il colore smette di essere colore
e diventa un odore che ti scava,
una promessa che non hai mai chiesto.
“Usciamo”, dice lui,
come se il mondo fosse ancora un posto
dove si può andare senza motivo,
solo per vedere se qualcosa ci guarda.
Lei lo ascolta come si ascolta
un bicchiere che cade al rallentatore:
sa già che si romperà,
ma spera sempre in un miracolo di gomma.
La morte, in fondo, è solo un’altra stanza
dove nessuno vuole entrare per primo.
Eppure lui ci scherza sopra,
come chi ha capito che il trucco
non è vivere bene,
ma vivere abbastanza da riderci su.
Lei invece cerca un appiglio,
un chiodo nel muro che non cede,
una frase che non sia un calcio,
un gesto che non sia un addio travestito.
Ma la verità è che siamo tutti così:
stanchi di essere grandi,
stanchi di aspettare qualcosa
che non sappiamo nominare,
stanchi di fingere che il futuro
sia un animale domestico.
E allora usciamo davvero,
anche solo per un isolato,
anche solo per ricordarci
che il mondo non è finito
finché qualcuno ci chiede
dove stiamo andando.
Sembra tutto fermo, anche il vento,
ma c’è un ticchettio sotto la pelle delle cose,.
il presente finge di dormire,
intanto sposta i mobili di notte.
- seconda parte
Un ticchettio,
un odore di ferro nell’aria,
come se il giorno avesse frenato di colpo.
Lui guarda il bordo del tavolo
aspettando che qualcosa decida di restare.
Torna un rumore di passi nel cortile,
lo riconosce ancor prima di ascoltarlo,
certe cose non chiedono permesso
si siedono accanto come vecchi debiti.
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QUASI UN SONETTO
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Il giorno si piega
come un ramo troppo carico
tu, adesso, lì
a trattenere la luce che cade…
C’è un lato in cui il respiro
smette di misurare le ore
e diventa soltanto
un modo per restare.
Nulla chiude la notte,
apre soltanto un varco
dove il tempo inciampa
dimenticando di sognare.
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GRAZIE
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Grazie, ti penso
come si pensa a una soglia
che non si attraversa mai completamente
ma continua a invitare.
Ti penso
nel modo in cui la luce
resta appesa a un sussurro
anche quando l’azzurro cede al buio.
E in quel grazie
c’è solo un gesto quieto,
un modo per l’abbraccio
che tutto comprende.
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COSI’ CONTINUI
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Non era il fiore a morire,
ma la tua mano che tremava
ogni volta che cercava di ricordare
come si tiene qualcosa senza ferirla.
Affettavi l’aria,
come se l’aria potesse guarire,
come se il gesto bastasse
a rimettere insieme ciò che cade.
Ma l’aria non ha memoria.
L’aria non trattiene.
L’aria ti lascia fare,
ti lascia credere che il dolore sia un congedo
e non un modo di restare vivi.
Così continui,
con la tua piccola colpa lucente,
a tagliare ciò che non esiste più,
a nominare ciò che non vuoi vedere.
E ogni volta che il fiore cade
gli tagli il suo respiro,
lo tieni fermo nel punto
in cui il presente si piega
per non cedere.
Ma il respiro è breve,
e quando si spezza
non è un lamento:
è un singhiozzo che apre una fessura,
una fenditura, uno spazio
da cui infine appare
la parte di te che non hai osato tagliare.
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LINEA D’OMBRA
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Tra boccioli d’orto
cresciuti a colpi di luna,
mi ritiro piano:
lascio che l’Altro mi prenda,
mi mastichi il fiato,
mi dica il suo nome.
Se piego un istante
sulla linea che divide il passo dal pensiero,
confine sottile,
la pelle che trema, il giorno mi sfida
come un animale diffidente
annusa la mia mano,
decide se colpire.
Nulla chiedo al silenzio,
solo non mi tradisca,
non cancelli
le orme che ho nascosto ieri.
C’è un punto in cui il respiro
si fa largo,
come se il mondo avesse
la pietà di un fanciullo,
apro allora le dita,
lascio andare ciò che pesa,
mi resta una goccia di sole
un odore di terra bagnata,
una frase di cui non sapevo
pure mi riconosce.
Così, senza rumore,
passo la soglia
che l’occhio mi inventa
tra un nodo di luce
e macchie di terra.
Resto un istante
sulla linea d’ombra che divide
il passo dal pensiero e, ancora una volta,
mi metto in cammino.
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LA SOGLIA
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Nessuno varcherà quella soglia,
l’hai custodita con il fiato e con la neve,
le pietre dormono, ma ascoltano ancora
il passo che un giorno tornerà a chiamarle.
E c’è un vento che porta nomi perduti,
un’armonica ancora, dietro le case.
Chi reclama un sogno che non è suo
troverà solo polvere e una porta chiusa.
Lo so, tu cammini lento, senza fretta,
come chi sa che il giorno può chinarsi
e ascoltare il respiro del tempo.
Quando tu poserai il piede sulla pietra sonora
la notte si aprirà come un vecchio libro amato.
Nessuno varcherà quella soglia,
l’hai lasciata al vento e ai cani randagi
le pietre dormono, ma se le sfiori
vibrano ancora come travi di un vecchio mulino.
E tu cammini, spalla contro il sole,
con una mappa strappata nella tasca.
Chi reclama un sogno che non è suo
troverà solo polvere e un cartello sbagliato.
La strada è lunga, ma non fa domande,
ti prende per mano come un fratello stanco.
Quando tu poserai il piede sulla pietra sonora,
sarà notte, ma la notte saprà ancora il tuo nome.
Ancora un’armonica, dietro le case.
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UNA DEDICA
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“quando il buio si fionda sulla luce,
la distacca dal corpo.
e prosegue davanti alle pietre
come sapesse già il ritorno”
Cos’è il mio cuore per te, se non un motore che continui a forzare, come un coltivatore ubriaco che tenta di inventare una specie nuova nel fitto della serra.
Allora vai, esercitati su qualcos’altro perché io non so stare nei tuoi alveari di disciplina se mi imponi una quarantena di tormenti, se mi separi dagli individui sani della mia stessa tribù.
Nel tuo giardino non fai così: non segreghi la rosa malata, la lasci tremare nel vento, agitando le sue foglie infestate in faccia alle altre rose, e gli afidi – minuscoli inferni – saltano di pianta in pianta come autostoppisti sulla Route 66.
Ancora una volta, io sono l’ultima delle tue creature, dopo l’afide che prospera e la rosa rampicante che non chiede aiuto.
Dunque, cammino, scarpe lise, ginocchia che sanno la verità, con il cuore che fa rumore come una lattina legata al paraurti di un matrimonio sbagliato.
Se vuoi trovarmi sarò dove finisce l’asfalto e comincia la polvere, a parlare con i cani sciolti,
con le rose che non hanno paura di infettarsi tra loro.
Lì, forse, il mio cuore smetterà di essere per te un esperimento e tornerà un animale vivo che non chiede permesso per battere.
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A CHI …
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A chi ha camminato troppo a lungo nei giardini degli altri,
a chi è stato scambiato per un esperimento,
per un ramo da potare,
per un cuore da correggere.
A chi ha imparato che la luce non sempre salva
e che il buio, a volte, è solo un modo diverso
di tornare a casa.
A chi continua ad avanzare
senza chiedere permesso,
come un animale che riconosce la propria voce
solo quando nessuno lo chiama,
a tutti voi un boccale della solida birra,
scura, schiumata, scintilla della festa,
dal bar che sciupa il mio profilo.
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